Monica (non è il suo vero nome) opera come Senior Analyst presso una grande impresa di telecomunicazioni, e si descrive orgogliosamente come la “consolatrice ufficiale” del suo dipartimento.

Da sempre gli altri si rivolgono a me per ricevere un po’ di supporto: sono molto brava ad ascoltare e sono lieta di poter essere d’aiuto.

Nell’anno in cui S.Robinson e K.Schabram di hbr.org l’hanno intervistata, però, la sua azienda stava attraversando una fase di importanti cambiamenti, e di conseguenza molti dei suoi colleghi si appoggiavano a lei per confidarsi, elaborare la nuova situazione, lamentarsene e chiedere consigli.

Si trattava insomma a tutti gli effetti dell’incarnazione della classica valvola di sfogo (o “gestore di relazioni tossiche”) presente in tutte le realtà lavorative e non,  ovvero la tipica persona che sceglie volontariamente di incanalare ed attenuare sentimenti di tristezza, frustrazione, risentimento e rabbia che sono endemiche di una società organizzata proprio come lo sono gioia e successo.

Ascoltano le confidenze altrui, suggeriscono soluzioni a problematiche interpersonali, aiutano a reinterpretare in modo costruttivo messaggi fraintendibili, in generale, assorbono la negatività che quotidianamente si viene a generare a causa di sviste o situazioni difficili.

E’ una categoria può essere individuata a tutti i livelli di un’organizzazione, spesso in ruoli che hanno a che fare con gruppi fortemente eterogenei. Il loro operato è difficile e molto spesso rimane nell’ombra, ma è molto importante per riuscire a mantenere il gruppo produttivo e collaborativo anche quando parte dei suoi singoli membri risulta scontenta.

Sorge però un problema: stando alla ricerca sull’argomento svolta da S.Robinson e P.Frost, questa tipologia di individui è soggetta a un forte livello di stress che incide sulla loro vita lavorativa e personale, indebolendo tra le varie cose anche la propria capacità di aiutare gli altri.

Questa sorta di “secondo lavoro” stava infatti cominciando ad influire sulle deadline di Monica, oltre che sulla sua vita privata: la domenica sera si sentiva depressa all’idea di dover andare al lavoro il giorno seguente, durante la settimana si sentiva cinica, aveva ripreso a fumare e a saltare la palestra.

Se però queste persone capiscono l’importanza vitale per gli altri che il loro faticoso ruolo rappresenta, diventano in grado di vedere la loro competenza emozionale sotto una nuova luce e riconoscere i segni di pesante sforzo emotivo a cui sono sottoposti come qualcosa di ben conosciuto e risolvibile.

E questo vale per “loro” ma… ti sei mai chiesto se anche tu appartieni a questa categoria? Prova a domandarti:

  1. Lavori in un contesto organizzativo caratterizzato da molti cambiamenti, disfunzioni o problematiche interne?
  2. Sei in un ruolo che opera all’interno di diversi gruppi o livelli?
  3. Passi molto tempo ascoltando i tuoi colleghi e offrendo loro consigli?
  4. Gli altri arrivano spesso da te per confidarti le loro preoccupazioni, emozioni, segreti o problemi lavorativi?
  5. Fai fatica a dire di no ai colleghi, in particolar modo quando hanno bisogno di te?
  6. Trascorri molto tempo “dietro le quinte”, influenzando persone e decisioni in modo tale da proteggere gli altri?
  7. Tendi a mediare spesso comunicazioni e messaggi degli individui più problematici?
  8. Ti senti in dovere di intervenire per aiutare i colleghi che hanno bisogno di aiuto?
  9. Vedi te stesso come un consigliere, mediatore o ambasciatore?

Se hai risposto di “sì” ad almeno quattro di queste domande, tu stesso potresti essere un valvola di sfogo umana. Prima di farti prendere dal panico associato a nuova etichetta, sappi che a questo ruolo non sono associati solo svantaggi, ma anche molti punti di forza.

Molto probabilmente sei un bravo ascoltatore, oltre che una persona empatica e abile nella risoluzione dei problemi. Gli altri riconoscono e apprezzano il supporto che sei in grado di fornire e il tuo ruolo e critico per le organizzazioni in quanto ti permette di disinnescare situazioni esplosive e stemperare le disfuzioni organizzative.

E ora, le brutte notizie. Probabilmente ti stai facendo carico di molti più compiti di quanti erano previsti sul tuo contratto, e quasi certamente tutta questa fatica extra non viene ricompensata dall’organizzazione che ne beneficia.

Ascoltare, elaborare soluzioni e lavorare dietro le quinte per proteggere gli altri sottrae tempo importante dalle tue altre responsabilità e, cosa più importante, svolgere questa funzione richiede anche l’utilizzo di un’enorme quantità di energia emozionale per essere in grado di ascoltare, confortare e consigliare gli altri in modo efficace.

Molto spesso queste persone sono portate ad aiutare gli altri, senza però cercare supporto per se stesse. Infine, questo ruolo diventa parte integrante della loro identità, rendendolo quindi un compito molto difficile da abbandonare.

Come fare quindi a continuare ad aiutare amici e colleghi (e l’intero gruppo di cui fai parte) in modo sostenibile, ovvero proteggendo al contempo se stessi?

Come prima cosa è necessario rendersi conto che si tratta di un ruolo spossante, e occorre quindi essere in grado di riconoscere i propri limiti e capire quando li si sta superando.

Stai attento agli indizi che suggeriscono sforzi e cedimenti: sintomi fisici come insonnia, dolori alla mascella, palpitazioni, eccessiva stanchezza, malessere e così via? Trovi più difficile rimanere concentrato?

Talvolta questi sintomi possono passare inosservati per il soggetto interessato, e quindi potrebbe essere d’aiuto chiedere alle persone con cui si ha più a che fare se hanno notato qualche cambiamento.

Se non stai subendo alcun tipo di stress, puoi continuare a star sereno: essere una “valvola di sfogo” rappresenta un problema solo quanto comincia a danneggiarti.

Se però così non fosse, ecco come risolverlo:

Riduci la fonte di stress. Per farlo, adotta i metodi più sicuri e collaudati come meditazione, esercizio, sufficienti ore di sonno, pasti sani. Ricorda che per poter prenderti cura degli altri devi prima farlo con te stesso.

Scegli le tue battaglie. E’ difficile capire dove il proprio intervento potrà avere maggiore impatto quando ci si sente emozionalmente in dovere di risolvere ogni problema, ma si tratta di una pratica che fa la differenza. Chi può cavarsela anche senza il tuo aiuto? In quali situazioni il tuoi sforzi non hanno portato alcun risultato? Impara ad evitare queste situazioni.

Impara a dire no. E’ difficile rifiutare ciò che si vuole fare, ma è importante. Ecco come farlo senza per questo voltare le spalle a chi ti chiede aiuto:

  1. Trasmetti empatia: rendi chiaro che comprendi e condividi il disagio dei tuoi colleghi, e che non ne ignori l’importanza.
  2. Spiega loro che in quel momento non sei nella posizione ideale per fornire aiuto, e spiegane le ragioni (per quanto possibile).
  3. Tieni in considerazione delle fonti alternative di supporto: indirizza i tuoi colleghi ad altre persone in grado di aiutarli, o comunque segnala loro qualcuno che abbia vissuto un’esperienza simile.

Non sentirti colpevole. Se ti senti in colpa quando non aiuti attivamente qualcuno, ecco qualche spunto da tenere in considerazione:

  1. Spesso i conflitti vengono risolti al meglio dalle persone coinvolte. Se insisti ad intervenire per aiutarle, non fai altro che posticipare simili problematiche impedendo loro di acquisire gli strumenti per affrontarle.
  2. Chiediti se sei davvero l’unico in grado di risolvere quella particolare situazione, ed eventualmente fatti aiutare da qualcuno che possa condividerne il carico.
  3. Ricorda che non puoi fare tutto: dire di sì ad una persona in più implica che avrai meno tempo per svolgere le tue responsabilità o aiutarne altre.

Crea una comunità. Individua altre persone nella tua organizzazione che forniscono supporto agli altri, e fate gruppo in modo da essere più efficaci.

Fai delle pause. Prenditi del tempo per ricaricarti e portare a termine tutti gli altri compiti che hai in sospeso.

Cambia strategia. Se nulla di ciò che hai fatto è servito a produrre un cambiamento sostanziale, considera di cambiare il tuo modo di operare.

Considera un aiuto esterno. Potrebbe sembrare drammatico, ma a volte rivolgersi ad uno psicologo potrebbe essere la soluzione migliore: può aiutarti ad identificare il sopraggiungere di un esaurimento, gestire i sintomi dello stress, aiutarti a imparare come dire “no” e a superare il senso di colpa ad esso collegato. Ricorda che questi specialisti sono addestrati ad ascoltare i propri clienti in modo empatico senza che ciò si ripercuota sulle loro emozioni: avere a che fare con uno di loro può aiutarti a fare lo stesso.

Una cosa è importante: evitare di lamentarsi a propria volta. Può essere temporaneamente d’aiuto per sfogarsi, ma in dosi eccessive fa aumentare il livello di stress. Ricorda che l’obiettivo è risolvere le situazioni sgradevoli, non continuare a girarci attorno.

Il gestore di relazioni tossiche è insomma molto spesso sottovalutato nelle organizzazioni, nonostante il suo enorme valore. E’ però critico per il benessere di un’impresa, ed è quindi opportuno che impari a monitorare se stessi e ad individuare i segni di affaticamento fisico o emozionale… e sapere quando mollare la presa, in modo da poter continuare a fare ciò che riesce meglio: aiutare gli altri.

Ti è stato utile? Se vuoi saperne di più, dai un’occhiata a “Empatia: istruzioni per l’uso“… e per maggiori informazioni, contatta osm1816!

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